martedì 27 dicembre 2011

Diga di Montedoglio...la verità della magistratura!



Lo avevamo scritto un anno fa, facendo una rapida ricerca sul web...vi invito a rileggere il post e a confrontarlo con l'articolo qui sotto riportato pubblicato da Il Messagero. La domanda a questo punto è, quanto è sicura questa diga?

http://altreverita.blogspot.com/2010/12/diga-di-montedoglio-quale-verita-di.html

Simone Cumbo


AREZZO - Il sospetto è scritto nei ciotoli di un muro in frantumi: la parte alta della diga di Montedoglio, quella dello scarico superificiale che a dicembre fece tremare l’alta Umbria si è sbriciolata perché costruita con materiali «non conformi».

Probabilmente scadenti. A chiederlo alla polvere sono i periti che, dopo quasi un anno, hanno consegnato al Procuratore della Repubblica di Arezzo Carlo Maria Scipio la relazione finale sull’incidente avvenuto il 29 dicembre del 2010 che provocò il crollo di tre conci, una sorta di muretto di contenimento, in una delle pareti di sfioramento. Quella crepa provocò il rigonfiamento del Tevere, allagamenti di terreni e lo sgombero di 450 persone nei Comuni di Anghiari e Sansepolcro. Una piena devastante.
Che fece paura anche in Umbria arrivando fino a Perugia dopo aver fatto passare una notte insonne anche a San Giustino, Città di Castello e Umbertide Campi allagati, fondi con l’acqua alta e l’incubo che la diga potesse cedere.
La perizia, firmata da Enzo Boschi, Paolo Salandin, Pietro Sembenelli Groppo, Antonio Turco e Renato Vitaliani ha stabilito che sul crollo gli eventi esterni, terremoti o forti piogge, non hanno avuto alcuna incidenza. Il cedimento sarebbe da far risalire al materiale usato e alle tecniche di costruzione probabilmente sbagliate. Il procuratore, che indaga per disastro colposo, ha annunciato che, alla luce degli accertamenti tecnici, a breve potrà essere effettuato il dissequestro della diga, gestita dall’ ente irriguo umbro-toscano (da ieri Ente acque umbre toscane), opera costruita in terra e dunque sicura, mentre resta sequestrata la parte superficiale interessata al cedimento. «Non è escluso - ha spiegato il procuratore Scipio - che i difetti evidenziati possano interessare altre parti dello scarico superficiale, in pratica, altri conci non interessati dal crollo». La perizia ha fatto emergere anche irregolarità amministrative che, in questo contesto non hanno però alcuna rilevanza. Ulteriori supplementi di consulenza arricchiranno il procedimento che resta al momento contro ignoti.
Lo hanno spiegato ieri il procuratore capo di Arezzo Carlo Maria Scipio che insieme all’assegnatario del fascicolo, il magistrato Roberto Rossi, hanno portato avanti l’indagine aperta dopo il crollo di una porzione di diga avvenuto il 29 dicembre dello scorso anno riferendo le conclusioni della perizia. «Non c’è stato nessun sisma o nessuna forte pioggia dietro il crollo di Montedoglio, nessun fattore esterno che lo ha determinato, dipende tutto da fattori interni comuni a tutti i conci» hanno detto ancora i magistrati che hanno illustrato lo stato delle indagini dopo il deposito della consulenza chiesta dalla procura. «Quello che è successo al concio crollato - hanno sostenuto ancora i magistrati - secondo le conclusioni dei periti, poteva succedere anche a tutti gli altri». Gli esperti nelle loro conclusioni hanno parlato infatti di «difetti di costruzione e nei materiali usati». I magistrati hanno annunciato che ora inizieranno a indagare per il reato di disastro colposo per ora ipotizzato contro ignoti, potrà essere ascritto a qualche azienda che ha partecipato alla costruzione della diga dal 1970 in poi. Come dire, c’è la possibilità che gli indagati siano diversi.
Ma c’è anche altro. Per esempio le richieste di risarcimento danni per gli allagamenti di campi e case. C’è ne è una che è stata formalizzata al vecchio Ente Irriguo Umbro Toscano. Fascicolo sul tavolo del Tribunale delle acque, chissà se apripista di altre richieste.
A guidare l’ex Eiut, da ieri Ente Acque Umbro Toscano, c’è il direttore Diego Zurli. Altri sei mesi sul ponte di comando per guidare il dopo crollo. E per guardare con grande attenzione il lavoro delle commissioni d’inchiesta sul caso Montedoglio. Una nominata dal ministero dei Lavori pubblici che ha il compito di effettuare un report sulle condizioni generali della diga sul muro e su altri tratti che, in teoria, potrebbero aver subito danni («ma noi lo escludiamo», dice Zurli) e un’altra nominata dal ministero dell’Agricoltura.
Zurli, sorpreso delle conclusioni dei periti della Procura?
«Era quello che ci si aspettava. Quando è venuto giù il concio lo abbiamo subito sospettato che ci fosse un difetto riconducibile alla costruzione. Era la nostra opinione».
Questo cosa significa. Che anche la diga è costruita con materiali non conformi?
«No, la diga è assolutamente sicura. Se non lo fosse l’avremmo svuotata subito. Voglio ricordare che stiamo sempre parlando del crollo di un concio della soglia sfiorante. Altri due li aggiungiamo perché sono stati sollecitati in maniera impropria».
Zurli, la notte dell’incidente c’erano circa 150 milioni di metri cubi, adesso quanta acqua porta Montedoglio?
«Per ora siamo a venticinque milioni di metri cubi. Perché l’estate è stata drammatica. Ma possiamo arrivare più su».
A che livello? Avete fatto lavori nonostante il sequestro?
«La Procura ci ha autorizzato dei lavori. Ora si può arrivare a 383 metri sul livello del mare, cioè la portata può salire fino a 70 milioni di metri cubi. Ma aspettiamo l’autorizzazione per salire ancora di un paio di metri, cioè a novanta milioni di metri cubi d’acqua».
Direttore Zurli, che tipo di lavori avete eseguito dopo il crollo?
«Abbiamo eseguito interventi di messa in sicurezza nella zona antistante la soglia. Ma abbiamo anche effettuato prelievi di materiali e carotaggi su tutta la soglia per verificarne le condizioni di tenuta. Lo ripeto, la diga è sicura e noi, in questa vicenda siamo parte lesa».
Quanto costerà costruire i nuovi conci del canale scolmatore?
«Siamo solo a livello di stime. Credo che con una spesa di un milione di euro ce la dovremmo fare».
Intanto sul caso del crollo alla diga di Montedoglio ha presentato un’interrogazione urgente alla giunta regionale il capogruppo della Lega Nord a palazzo Cesaroni Gianluca Cirignoni che chiede di promuovere una verifica sulla tenuta della diga. Controlli sistematici li chiedono anche Oliviero Dottorini e Paolo Brutti del gruppo Idv.

Dal Messaggero del 4/11/2011

Napolitano e la barca che fa acqua

Presidente Napolitano: paghino “anche” i poveri? Non fossi già vaccinato da anni di spettacoli da circo della casta, ne sarei indignato. Ma i poveri hanno già pagato! Sono poveri per questo, altrimenti non lo sarebbero. Non ci sarebbe scritto, nella Costituzione della nostra Repubblica, che lo Stato ha l’obbligo di “rimuovere” gli ostacoli, le ingiustizie, che si frappongono al loro riscatto.

Non ci sarebbe scritto, nella nostra Costituzione, che abbiamo diritto all’istruzione, alla salute, al lavoro, a una corretta informazione, se già li avessimo avuti in modi accettabili.

Dunque lo spirito (e anche la lettera) della nostra Costituzione, richiederebbero il riconoscimento dell’ingiustizia già patita dai più deboli, in tutti questi decenni.

E sentire un presidente della Repubblica, colui che dovrebbe essere garante dell’attuazione della Costituzione, ignorare l’offesa di una disuguaglianza plateale, non solo addolora, colpisce con la violenza di uno schiaffo.

Perché non siamo affatto tutti sulla stessa barca. Ci sono quelli (pochissimi) che stanno sopra e quelli (il 99%) che sono aggrappati agli scalmi, in procinto di essere sbalzati nell’acqua fredda.

Ci avviamo verso un disastro economico e sociale senza precedenti nella storia repubblicana. Già sappiamo tutti (impossibile che il presidente della Repubblica non lo sappia) che questa crisi si riverserà in misura abnormemente disuguale sui potenti e sui deboli, a tutto vantaggio dei primi. E il presidente della Repubblica non sa dire di meglio che invitare i più deboli a fare la loro parte di sacrifici? A quando una parola esplicita per richiamare i ladri del denaro pubblico, i maneggioni, i bugiardi, gli evasori a tirare fuori quello che hanno rubato?

Napolitano e Monti (insieme a Eugenio Scalfari) continuano a tenere, assai vicina al naso dei cittadini italiani, la carota della crescita prossima ventura. Ma l’odore della carota non si sente più da diversi mesi. Si sente odore di bruciato. E la ragione è semplice: non ci sarà crescita. C’è già la recessione. Come potranno “contribuire” ai sacrifici le decine di migliaia di nuovi disoccupati che già si programmano per i prossimi mesi?

Perché il presidente della Repubblica si presta a questo inganno?


di Giulietto Chiesa - ilfattoquotidiano.it

lunedì 26 dicembre 2011

Aderiamo numerosi!

In questi giorni il Parlamento approverà l'acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters (JSF-F35) che impegnerà il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro.

http://www.causes.com/causes/256910-fermiamo-l-acquisto-dei-131-cacciabombardieri-jsf

lunedì 5 dicembre 2011

Robert Fisk: ecco i perchè dell’odio degli iraniani nei confronti del Regno Unito



È ironico che gli iraniani conoscano la storia dei relazioni anglo-persiane meglio dei britannici.

Quando l’appena insediato Ministro per la Consulta Islamica richiese a Harvey Morris – il corrispondente della Reuters nell’Iran post-rivoluzionario – una storia della sua agenzia di stampa, il giornalista sollecitò il suo ufficio di Londra perché gli inviasse una biografia del barone Paul von Reuter, e si sorprese nello scoprire che il fondatore della più grande agenzia di stampa al mondo avevo costruito, con immenso profitto, le reti ferroviarie persiane. “Come lo posso far vedere al ministro?, gridò. “Ne viene fuori che il barone era peggio dello Shah!”. Ma della cosa il ministro era già perfettamente a conoscenza.

In Iran la Gran Bretagna fu protagonista di un’invasione congiunta con le forze sovietiche quando il predecessore dello Shah si avvicinò un po’ troppo ai nazisti nella Seconda Guerra Mondiale, e nel 1953 aiutò poi gli statunitensi ad abbattere Mohammed Mossadegh, dopo che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere della nazione.

Non si tratta di una leggenda, ma una cospirazione bella e buona. La CIA la chiamò Operazione Ajax; i britannici, saggiamente, tennero a freno le proprie ambizioni con la dicitura Operazione Boot. L’agente dell’MI6 a Teheran era il colonnello Monty Woodhouse, che prima ricoprì l’incarico di capo esecutivo delle operazioni speciali nella Grecia occupata dalla Germania. Conoscevo bene “Monty” – cooperammo insieme quando feci un’indagine sulla turpe carriera nel periodo di guerra del Segretario dell’ONU, Kurt Waldheim – ed era un uomo spietato; portò armi in Iran da destinare a un movimento di resistenza che ancora non era nato ed appoggiò con vigore il progetto della CIA di finanziamento dei “baazaris” di Teheran per poter inscenare manifestazioni (durante le quali morirono centinaia, se non migliaia, di persone) utili per rovesciare Mossadegh.

Ciò fu coronato dal successo. Mossadegh fu arrestato – da un ufficiale che nella rivoluzione del 1979 patì una morte truculenta – e il giovane Shah ritornò in trionfo per imporre la sua regola con l’appoggio della fedele polizia segreta SAVAK, le cui pratiche di torture inflitte alle donne oppositrici furono doverosamente filmate e, secondo il giornalista egiziano Mohamed Hassanein Heikal, diffuse dai funzionari della CIA agli alleati degli Stati Uniti in tutto il mondo come manuale didattico. Come osano gli iraniani ricordarsi di tutto questo?

La massa di documenti segreti statunitensi che furono ritrovati dopo il saccheggio dell’ambasciata Americana nel corso della rivoluzione confermò agli iraniani non solo i tentativi di Washington di abbattere il nuovo ordine imposto dall’ayatollah Khomeini, ma anche la collaborazione reiterata tra i servizi segreti statunitensi e britannici.

L’ambasciatore britannico, quasi fino alla fine, rimase convinto che lo shah, anche se con grosse pecche, sarebbero riuscito a sopravvivere. E i governi britannici hanno continuato a infuriarsi per la supposta natura terroristica del governo iraniano. Tony Blair, perfino durante l’indagine ufficiale sulla guerra in Iraq, trovò il modo di insistere sulla necessità di un’aggressione all’Iran.

Comunque, questo martedì gli iraniani si sono sbarazzati di noi e sono usciti dall’ambasciata, a quanto dicono, con un malloppo di documenti. Non vedo l’ora di leggerne il contenuto, e sono sicuro che presto verranno rivelati.

da "Il Fatto Quotidiano" Venerdì 2 dicembre

mercoledì 2 novembre 2011

Per una nuova indagine sull’11 settembre 2001

Mike Gravel, ex senatore dell’Alaska (noto per avere rivelato al mondo i Pentagon Papers, che documentarono l’inganno del Golfo del Tonchino, con cui l’America fu portata in guerra contro il Vietnam) e Ferdinando Imposimato, magistrato di gran parte delle inchieste italiane più scottanti contro l’eversione terroristica, annunciano due sensazionali iniziative:
- il primo con l’avvio di una procedura che potrebbe consentire di istituire, negli Stati Uniti, una Commissione d’inchiesta per riaprire il “caso” dell’11 settembre, dotata di poteri inquirenti e in grado di interrogare “sotto giuramento”;
- il secondo per chiamare l’Amministrazione Bush a difendersi, tra l’altro, dall’accusa di “concorso in strage” di fronte al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja.

Lo faranno insieme, in pubblico, a Roma, il 3 novembre, alle ore 11 nella Sala delle Bandiere della rappresentanza dell’Unione Europea a Roma, via IV novembre, invitati da Gianni Vattimo, dall’ex senatore Fernando Rossi e dal sottoscritto (per inciso gli unici tre parlamentari italiani che hanno dichiarato in questi anni di non credere alla versione ufficiale della tragedia).

Immaginando le inevitabili geremiadi sul “complottismo” (ma definire Gravel e Imposimato in questo modo non sarà facile), vorrei qui riportare alcune citazioni di ben noti non complottisti DOC. Eccole:
Governatore Thomas Kean, presidente della Commissone ufficiale sull’11 settembre: “Noi pensiamo che la Commissione, in molti modi, fu costituita in modo tale da farla fallire. Perché non avemmo abbastanza denaro, non avemmo abbastanza tempo, e fummo nominati dalle più faziose persone a Washington”.
Membro del Congresso Lee Hamilton, co-presidente della stessa Commissione: “Io non credo un solo minuto che noi abbiamo ottenuto tutte le cose vere (…) La Commissione è stata istituita perché fallisse (…) la gente dovrebbe cominciare a porsi delle domande sull’11/9 (…)”.
Il commissario Timothy Roemer: “Eravamo estremamente frustrati per le false dichiarazioni che stavamo ascoltando”.
Il senatore Max Cleland (che si dimise dalla Commissione in segno di protesta): “E’ uno scandalo nazionale”.
John Farmer, ex Procuratore generale del New Jersey, che guidò lo staff degl’inquirenti: “A un certo livello nel governo, a un certo momento (…) ci fu una qualche intesa, di non dire la verità su ciò che era accaduto (…) Io fui sbalordito per la così grande differenza tra la verità e il modo in cui essa veniva raccontata (…) I nastri dicevano una storia radicalmente diversa da quella che ci veniva raccontata, a noi e al pubblico per ben due anni (…) C’erano interviste fatte dal centro di New York della Federal Aviation Administration la notte del 9/11, ma quei nastri vennero distrutti. I nastri della CIA sugli interrogatori furono distrutti. La vicenda del 9/11, per dirla con un eufemismo, è stata distorta e fu completamente diversa da come andò effettivamente”.

L’incontro di Mike Gravel e Ferdinando Imposimato con giornalisti e parlamentari, italiani e europei, è aperto al pubblico.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/per-una-nuova-indagine-sull11-settembre-2001/167495/

giovedì 29 settembre 2011

Libia: le vere ragioni della guerra


L’AFRICOM e la minaccia alla sicurezza energetica nazionale della Cina

africom01di F. William Engdahl - globalresearch.ca.
Tradotto su blogghete.altervista.org.

La decisione presa negli ultimi mesi dalla NATO di bombardare la Libia, sotto la direzione di Washington, allo scopo di ottenerne la sottomissione – con un costo per i contribuenti americani pari circa ad 1 miliardo di dollari – ha poco o nulla a che vedere con ciò che l’amministrazione Obama definisce una missione “per proteggere i civili innocenti”. In realtà, tale aggressione fa parte di un più ampio assalto strategico, progettato dalla NATO e dal Pentagono, che ha l’obiettivo specifico di porre sotto totale controllo quello che è il tallone d’Achille della Cina, e cioè la sua dipendenza strategica dalle enormi quantità di petrolio greggio e gas che vengono importate dall’estero.

Oggi la Cina è il secondo maggior importatore mondiale di petrolio dopo gli Stati Uniti e la distanza tra i due si sta rapidamente colmando.

Se diamo un’attenta occhiata ad una cartina dell’Africa e poi osserviamo l’organizzazione in Africa del nuovo African Command (AFRICOM) del Pentagono, il quadro che ne emerge è quello di una strategia accuratamente predisposta per controllare una delle più importanti fonti strategiche della Cina per l’approvvigionamento di petrolio e materie prime.

La campagna militare della NATO in Libia è stata ed è ancora condotta per il petrolio. Ma non semplicemente per appropriarsi del greggio libico di alta qualità o perché gli USA siano ansiosi di procacciarsi fornitori esteri affidabili. Essa serve invece a controllare l’accesso della Cina alle importazioni petrolifere di lungo termine dall’Africa e dal Medio Oriente. In parole povere, serve a controllare la Cina stessa.

Geograficamente, la Libia è collegata a nord, attraverso il Mediterraneo, direttamente all’Italia, sede della compagnia petrolifera italiana ENI, che è stata per anni il maggiore operatore estero in Libia. A ovest confina con la Tunisia e con l’Algeria. A sud confina col Ciad. A est confina sia col Sudan (oggi diviso in Sudan e Sudan Meridionale) che con l’Egitto. Ciò dovrebbe dirci qualcosa sull’importanza che la Libia riveste per la strategia di lungo termine dell’AFRICOM statunitense, in vista di un controllo sull’Africa, sulle sue risorse e sui paesi in grado di accedere a tali risorse.

La Libia di Gheddafi aveva mantenuto uno stretto controllo nazionale dello Stato sulle ricche riserve di greggio libico “leggero”. Secondo i dati del 2006, la Libia possedeva le più ampie riserve petrolifere accertate di tutta l’Africa, superiori di circa il 35% a quelle della stessa Nigeria. In anni recenti, concessioni petrolifere erano state accordate a compagnie cinesi, russe e di altri paesi. Non c’è dunque da sorprendersi che un portavoce della cosiddetta opposizione che proclama la propria vittoria su Gheddafi, Abdeljalil Mayouf, il quale è addetto alle pubbliche relazioni dell’azienda petrolifera dei ribelli (la AGOCO), abbia dichiarato alla Reuters: “Non abbiamo problemi con le compagnie petrolifere di paesi occidentali quali Italia, Francia e Regno Unito. Ma potremmo avere delle riserve politiche verso Russia, Cina e Brasile”. Russia, Cina e Brasile sono paesi che si sono opposti alle sanzioni ONU contro la Libia oppure hanno fatto pressione per ottenere una soluzione negoziale del conflitto interno e per porre fine ai bombardamenti della NATO.

Come ho già spiegato nel dettaglio altrove (1), Gheddafi, vecchio adepto del socialismo arabo sulla linea tracciata da Gamal Nasser, aveva utilizzato i proventi petroliferi per migliorare le condizioni del suo popolo. Le cure sanitarie erano gratuite, come anche l’istruzione. Ogni famiglia libica aveva diritto ad un bonus di 50.000$ da parte dello Stato per l’acquisto di una casa e i prestiti bancari venivano concessi in base alle leggi islamiche anti-usura, senza interessi. Lo Stato era privo di debiti. Solo grazie alla corruzione e all’infiltrazione massiccia nelle zone dell’opposizione tribale presente nella parte orientale del paese, la CIA, l’MI6 e altri operativi dell’intelligence NATO sono riusciti – al costo di circa 1 miliardo di dollari e di violenti bombardamenti NATO contro i civili – a destabilizzare i forti legami che esistevano tra Gheddafi e la sua gente.

Perché dunque la NATO ed il Pentagono hanno condotto un assalto così folle e devastante contro una pacifica nazione sovrana? E’ chiaro che uno dei principali motivi era quello di completare l’accerchiamento delle fonti di petrolio e materie prime che la Cina importava dal Nord Africa.


L’allarme del Pentagono sulla Cina

Passo dopo passo, negli ultimi anni Washington ha iniziato a diffondere la percezione che la Cina, la quale fino a un decennio fa era “il caro amico ed alleato dell’America”, stesse diventando la maggiore minaccia alla pace mondiale a causa della sua immensa espansione economica. Dipingere la Cina come il nuovo “nemico” è stato complicato, visto che Washington dipende dalla Cina per l’acquisto della maggior parte del debito governativo americano, sotto forma di buoni del Tesoro.

Ad agosto il Pentagono ha pubblicato il suo rapporto annuale al Congresso sulla situazione militare della Cina. (2) Quest’anno tale rapporto ha fatto suonare in Cina molti campanelli d’allarme, a causa del nuovo e sgradevole tono con cui è stato redatto. Il rapporto affermava tra l’altro: “Nell’ultimo decennio, l’esercito cinese ha potuto beneficiare di robusti investimenti in hardware e moderne tecnologie. Molti sistemi moderni hanno raggiunto la piena maturità e altri diverranno operativi fra pochi anni”, scriveva il Pentagono nel rapporto. Aggiungendo: “Rimangono incertezze riguardo al modo in cui la Cina deciderà di utilizzare queste crescenti capacità... l’ascesa della Cina al ruolo di attore internazionale di primo piano sarà probabilmente il principale tratto distintivo del panorama strategico dei primi anni del 21° secolo”. (3)

Nel giro di due o forse di cinque anni, a seconda di come il resto del mondo reagirà o giocherà le sue carte, la Repubblica Popolare Cinese verrà dipinta dai media di regime dell’Occidente come una nuova “Germania hitleriana”. Se questa sembra oggi una cosa difficile da credere, si pensi a come ciò è stato fatto con altri ex alleati di Washington quali l’Egitto di Mubarak o lo stesso Saddam Hussein. A giugno di quest’anno, l’ex ministro della marina militare americana, oggi senatore della Virginia, James Webb, ha stupito molte persone a Pechino, dichiarando alla stampa che la Cina si sta rapidamente avvicinando a quello che egli ha definito “momento-Monaco”, in cui Washington dovrà decidere come mantenere un equilibrio strategico. Il riferimento era alla crisi cecoslovacca del 1938, quando Chamberlain optò per un accordo con Hitler sulla Cecoslovacchia. Webb ha aggiunto: “Se si guarda agli ultimi 10 anni, il vincitore, sul piano strategico, è stata la Cina”. (4)

La stessa efficiente macchina di propaganda del Pentagono, guidata dalla CNN, dalla BBC, dal New York Times e dal Guardian londinese, riceverà da Washington l’ordine discreto di “dipingere a fosche tinte la Cina e i suoi leader”. La Cina sta diventando troppo forte e troppo indipendente per i gusti di molte persone a Washington e a Wall Street. Per tenerla sotto controllo, è soprattutto la sua dipendenza dalle importazioni petrolifere che è stata identificata come suo tallone d’Achille. La Libia è una mossa studiata per colpire direttamente questo tallone vulnerabile.



La Cina si sposta in Africa

L’espansione in Africa delle compagnie cinesi che commerciano in petrolio e materie prime è diventata motivo di forte allarme a Washington, dove un’attitudine di velenoso diniego aveva dominato la politica americana in Africa fin dall’epoca della Guerra Fredda. Da quando diversi anni or sono il suo futuro fabbisogno energetico è divenuto evidente, la Cina è diventata uno dei principali partner economici dell’Africa, in un crescendo che ha raggiunto l’apice nel 2006, quando la Cina ha letteralmente srotolato il tappeto rosso ai capi di oltre 40 nazioni africane, discutendo con essi un ampio ventaglio di questioni economiche. Niente è più importante per Pechino che assicurare le vaste risorse petrolifere africane del futuro alla robusta industrializzazione cinese.

La Cina si è spostata in paesi che erano stati virtualmente abbandonati da ex potenze coloniali europee, quali Francia, Inghilterra e Portogallo.

Il Ciad è un caso emblematico. Il più povero e il più geograficamente isolato dei paesi africani, il Ciad è stato corteggiato da Pechino, che nel 2006 ha riallacciato i rapporti diplomatici.

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Nell’ottobre 2007, il gigante petrolifero cinese CNPC firmò un contratto per la costruzione di una raffineria con il contributo del governo del Ciad. Due anni dopo iniziò la costruzione di un oleodotto per trasportare il petrolio da un nuovo giacimento cinese che si trovava nel sud, a circa 300 chilometri dalla raffineria. Com’era prevedibile, le ONG finanziate dall’Occidente iniziarono ad ululare sull’impatto ambientale del nuovo oleodotto cinese. Stranamente, le stesse ONG erano rimaste zitte quando nel 2003 era la Chevron a prendersi il petrolio del Ciad. Nel luglio 2011, i due paesi, Ciad e Cina, hanno festeggiato l’apertura di una nuova raffineria petrolifera realizzata in joint venture vicino alla capitale del Ciad, Ndjamena. (5) Le attività petrolifere della Cina in Ciad sono straordinariamente simili ad un altro grande progetto petrolifero cinese, realizzato in quella che era all’epoca la zona sudanese del Darfur, ai confini col Ciad.

Il Sudan è stato per la Cina una fonte crescente di approvvigionamento petrolifero, con una cooperazione iniziata alla fine degli anni ’90, quando la Chevron abbandonò le proprie attività nel paese. Nel 1998, la CNPC iniziò a costruire un oleodotto di 1500 chilometri che andava dai giacimenti del Sudan meridionale fino a Port Sudan sul Mar Rosso; e allo stesso tempo iniziò a costruire una grande raffineria vicino Khartoum. Il Sudan fu il primo, grande progetto petrolifero d’oltremare realizzato dalla Cina. All’inizio del 2011, il petrolio del Sudan, proveniente quasi tutto dal sud agitato dalle guerre, garantiva circa il 10% delle importazioni petrolifere cinesi e rappresentava oltre il 60% della produzione quotidiana di petrolio del Sudan (490.000 barili). Il Sudan è diventato un punto vitale per la sicurezza energetica nazionale della Cina.

Secondo le prospezioni geologiche, il sottosuolo che va dal Darfur (in quello che era un tempo il Sudan meridionale) fino al Camerun, passando per il Ciad, è un unico, immenso giacimento petrolifero, equiparabile forse per estensione alla stessa Arabia Saudita. Controllare il Sudan meridionale, così come anche il Ciad e il Camerun, è vitale per la strategia del Pentagono di “impedimento strategico” ai futuri approvvigionamenti petroliferi cinesi. Finché a Tripoli fosse rimasto in carica un regime di Gheddafi stabile e forte, questo controllo sarebbe stato assai problematico. La simultanea separazione della Repubblica del Sudan Meridionale da Khartoum e il rovesciamento di Gheddafi a favore di deboli bande ribelli sostenute dal Pentagono, era una priorità strategica per il Dominio ad Ampio Raggio progettato dagli USA.

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L’AFRICOM risponde

La forza più importante dietro le recenti ondate di attacchi militari occidentali contro la Libia o dietro i più coperti cambiamenti di regime come quelli avvenuti in Tunisia, Egitto e in Sudan meridionale (con il fatale referendum che ha ora reso “indipendente” questa regione ricca di petrolio) è l’AFRICOM, lo speciale comando militare statunitense creato nel 2008 dall’amministrazione Bush, con l’obiettivo specifico di contrastare la crescente influenza cinese sulle vaste ricchezze petrolifere e minerarie dell’Africa.

Alla fine del 2007, il Dr. J. Peter Pham, consigliere a Washington per il Dipartimento di Stato e della Difesa, ha affermato in modo esplicito che tra le mire dell’AFRICOM vi è quella di “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza... un compito che contempla il tutelarsi contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali e l’assicurarsi che nessuna terza parte interessata, come Cina, India, Giappone o Russia, ottenga il monopolio di esse o un trattamento preferenziale”. (6)

In una deposizione di fronte al Congresso americano, resa nel 2007 a favore della creazione dell’AFRICOM, Pham, che è membro della neoconservatrice Fondazione per la Difesa della Democrazia, ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le mire della Repubblica Popolare Cinese, la cui economia in crescita... ha una sete di petrolio pressoché insaziabile, così come la necessità di altre risorse naturali per potersi sostenere... La Cina importa attualmente circa 2.6 milioni di barili di greggio al giorno, approssimativamente la metà di ciò che consuma; più di 765.000 di questi barili – quasi un terzo delle sue importazioni – provengono da fonti africane, in particolare dal Sudan, dall’Angola e dal Congo (Brazzaville). C’è dunque da stupirsi del fatto che... forse nessun’altra regione al mondo sia comparabile all’Africa quale oggetto dei sostenuti interessi strategici di Pechino negli ultimi anni...

Intenzionalmente o no, molti analisti prevedono che l’Africa – soprattutto gli stati ricchi di petrolio della sua costa occidentale – diverranno sempre più il teatro di una competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero e quasi equivalente avversario sulla scena internazionale, la Cina, allorché entrambi i paesi cercheranno di espandere la propria influenza per garantirsi l’accesso a queste risorse”. (7)

E’ utile ricordare brevemente la sequenza delle “Twitter revolutions” finanziate da Washington, nel corso della cosiddetta “primavera araba”. La prima è stata in Tunisia, un paese apparentemente insignificante sulla costa mediterranea del Nord Africa. La Tunisia si trova però sul confine occidentale della Libia. La seconda tessera del domino a cadere nell’operazione è stato l’Egitto di Mubarak. Ciò ha creato una grave instabilità dal Medio Oriente al Nord Africa, visto che Mubarak, con tutti i suoi limiti, si era però fermamente opposto alla politica di Washington in Medio Oriente. Anche Israele, con la caduta di Mubarak, ha perduto un sicuro alleato.

Poi, nel luglio 2011, il Sudan del sud si è proclamato Repubblica Indipendente del Sudan Meridionale, separandosi dal Sudan dopo anni di rivolte contro il governo di Khartoum, finanziate dagli USA. La nuova Repubblica si è portata via il grosso delle ricchezze petrolifere conosciute del paese, cosa che non ha certo fatto piacere a Pechino. L’ambasciatrice statunitense all’ONU, Susan Rice, ha guidato la delegazione americana ai festeggiamenti per l’indipendenza, definendola “un testamento a favore del popolo sudanese meridionale”. Ha aggiunto che, nel determinare la secessione, “gli Stati Uniti si sono impegnati più di chiunque altro”. Il presidente Obama ha apertamente sostenuto la secessione del sud del paese. La separazione è stato un progetto guidato e finanziato da Washington fin da quando, nel 2004, l’amministrazione Bush decise di farne una priorità. (8)

Ora il Sudan ha improvvisamente perso la sua principale fonte di guadagno, quella dei profitti petroliferi. La secessione del sud, dove vengono estratti i tre quarti dei 490.000 barili che costituiscono la produzione giornaliera del paese, ha aggravato le difficoltà economiche di Khartoum, eliminando il 37% dei suoi introiti complessivi. Le uniche raffinerie del Sudan e l’unico itinerario per l’esportazione si trovano nel nord, dai giacimenti petroliferi fino a Port Sudan sul Mar Rosso, nel Sudan settentrionale. Il Sudan Meridionale è stato ora incoraggiato da Washington a costruire un nuovo oleodotto per l’esportazione, indipendente da Khartoum, attraverso il Kenya. Il Kenya è una delle zone dell’Africa in cui è più forte l’influenza militare americana. (9)

L’obiettivo del cambiamento di regime orchestrato dagli USA in Libia, così come quello dell’intero progetto per un Grande Medio Oriente che si cela dietro la Primavera Araba, è quello di assicurarsi il controllo assoluto sui maggiori giacimenti petroliferi conosciuti al mondo, allo scopo di controllare le future politiche di altri paesi, in particolare quella della Cina. Si dice che negli anni ’70, l’allora Segretario di Stato Henry Kissinger, che all’epoca era probabilmente più potente dello stesso Presidente degli Stati Uniti, abbia affermato: “Se si controlla il petrolio, si controllano intere nazioni o gruppi di nazioni”.

Per la sua futura sicurezza energetica nazionale, la Cina dovrà trovare riserve energetiche sicure in casa propria. Fortunatamente esistono nuovi e rivoluzionari metodi per rilevare e mappare la presenza di petrolio e di gas laddove anche i migliori tra gli attuali geologi direbbero che non è possibile trovare giacimenti. E’ forse questo l’unico modo per uscire dalla trappola in cui la Cina è stata attirata. Nel mio nuovo libro, The Energy Wars, descrivo nel dettaglio questi nuovi metodi per tutti coloro che vi sono interessati.


F. William Engdahl è l’autore di Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order


Note

1 - F. William Engdahl, Creative Destruction: Libya in Washington's Greater Middle East Project--Part II, March 26, 2011, reperibile all’indirizzo http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23961

2 – Ufficio del Segretariato alla Difesa, ANNUAL REPORT TO CONGRESS: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2011, August 25, 2011, reperibile all’indirizzo www.defense.gov/pubs/pdfs/2011_cmpr_final.pdf.

3 - Ibid.

4 Charles Hoskinson, DOD report outlines China concerns, August 25, 2011, reperibile all’indirizzo http://www.politico.com/news/stories/0811/62027.htmlhttp://www.politico.com/news/stories/0811/62027.html

5 - Xinhua, China-Chad joint oil refinery starts operating, July 1, 2011, reperibile all’indirizzo http://english.peopledaily.com.cn/90001/90776/90883/7426213.html. BBC News, Chad pipeline threatens villages, 9 October 2009, all’indirizzo http://news.bbc.co.uk/2/hi/8298525.stm.

6 - F. William Engdahl, China and the Congo Wars: AFRICOM. America's New Military Command, November 26, 2008, reperibile all’indirizzo http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11173

7 - Ibid.

8 Rebecca Hamilton, US Played Key Role in Southern Sudan's Long Journey to Independence, July 9, 2011, reperibile all’indirizzo http://pulitzercenter.org/articles/south-sudan-independence-khartoum-southern-kordofan-us-administration-role

9 - Maram Mazen, South Sudan studies new export routes to bypass the north, March 12, 2011, reperibile all’indirizzo http://www.gasandoil.com/news/2011/03/south-sudan-studies-routes-other-than-north-for-oil-exports



Fonte: Globalresearch.ca.

Traduzione a cura di Gianluca Freda.


Tratto da: http://blogghete.altervista.org.

lunedì 12 settembre 2011


Un importante opera di verità....non perdeteli!!! Allegati a l'Espresso...

http://temi.repubblica.it/iniziative-trilogia/?ref=hpedi